Eravamo indecisi se aprire questo articolo con una breve introduzione, o lasciando subito la parola al suo protagonista. I poeti non dovrebbero aver bisogno di presentazioni. Loro si muovono su un piano d’esistenza diverso da quello dei comuni mortali, con diverse modalità, un ritmo differente. A maggior ragione lo fanno i poeti su due ruote, quelli che hanno fatto della velocità non solo la propria vocazione di vita, ma anche il fulcro della propria essenza poetica.

Questo era Carlo Talamo, nato a Roma il 18 novembre del 1952, discendente da una famiglia di nobili decaduti e innamorato delle due ruote, fin da ragazzino.

1992 – Carlo e la sua Trident Gialla

Ma non solo. Carlo ha sempre avuto uno spirito troppo vivo per restare confinato a lungo nei limiti imposti da un solo corpo, una sola vita. Il richiamo della velocità, ma anche dell’avventura, l’ebbrezza del volo, o la sua illusione, lo hanno portato a sfidare nuovi traguardi, in ogni aspetto dell’esistenza.

Basti pensare che fu il primo a surfare in Italia, sperimentando sul Lago di Garda il primo windsurf arrivato nel nostro paese!

Ma è l’amicizia con Giorgio Cabassi, noto fotografo e appassionato di motociclette, che segnerà la sua vita. Con Giorgio Carlo condividerà un sogno, grazie alle vecchie Triumph che l’amico gli mette a disposizione nella propria officina. Nel 1984 Carlo, ormai conquistato dal fascino delle moto Triumph e Harley Davidson fonda insieme a Roberto Crepaldi e Max Brun una piccola officina, la “Numero Uno”. L’intento è temerario, degno di tre sognatori: riparare le Harley-Davidson in Italia. Ma i sognatori hanno piedi leggeri e ruote veloci, e in pochi mesi l’officina diventa la prima concessionaria d’importazione di Harley-Davidson nel nostro paese.

Carlo è il volto e la voce dell’azienda. Diventa protagonista egli stesso di una campagna pubblicitaria senza precedenti, finalizzata a far conoscere e amare queste moto straordinarie nel nostro paese. Carlo ci mette la faccia, ma anche il cuore e tutta l’anima, scrivendo articoli che contribuiscono a creare il mito dell’Harley Davidson come lo conosciamo oggi.

Dopo le Harley è il turno delle Triumph, il primo amore. Nel 2000 Carlo vende la propria società e inizia a collaborare con la Casa madre inglese per realizzare nuovi modelli di Triumph. Sarà lui a portare alla creazione di Triumph Italia.
Non pago di correre, scrivere articoli e comporre poesie, Carlo inizia anche disegnare e progettare motociclette.

I sognatori corrono, i sognatori volano. A volte troppo forte, a volte troppo in alto.
Carlo muore nel 2002 in un incidente, mentre è alla guida della sua amata Triumph Tiger modificata.

Ma il suo sogno non ha mai smesso di riecheggiare, pulsare, rombare, nel cuore di chi condivide la sua stessa passione. I concessionari Triumph e Harley-Davidson del nostro paese gli sono debitori, non solo per aver portato l’attenzione dell’Italia su queste moto uniche, ma per aver creato una filosofia della moto, inarrivabile e poetica.

Carlo Talamo – 1995 circa

Molti guardano ancora a Carlo Talamo come un modello e un mentore. Noi guardiamo a lui come a un sognatore e un poeta, e finalmente lasciamo sia lui stesso a parlare, con una poesia ‘rubata’ alle pagine di Fedrotriple, sito dedicato alle Triumph e alla memoria di Carlo, dal quale abbiamo preso anche le foto pubblicate nell’articolo.

Io lo vedo dalle ombre della ruggine.
Dal brillare che manca da troppo tempo.
Lo vedo da tutto il nero che sta, sempre più nero,
sotto al tuo motore.
Io lo vedo che invecchi.
Vedo l’olio che abbraccia lievemente tutto il lucido che avevi.
Sento che ogni tanto sei stanca. Come me.
Una ruga, un filo di grasso che ieri non c’era.
Forse un pensiero. Che ieri era dolce ed oggi è come temporale.
Non c’entrano gli anni. Non c’entra la fatica.
C’entra quello che abbiamo visto.
Il male che ci hanno fatto.
Ma il sole torna sempre.
E delle volte ti vedo bambina.
Ti vedo come quel giorno, quando nascesti nella mia vita.
Con i raggi che brillavano nel sole.

La vernice che scottava e toccarla era un piacere.
Il motore incerto e pigro nei primi chilometri.
Ne è passato di tempo e di strada.
Ne abbiamo visto di mondo.
Ne abbiamo avuto di freddo.
E abbiamo riso.
E una volta ti ho spinta per sei chilometri.
E però ci siamo divertiti.
E le rughe non le sento più.
E quel fumo leggero che vien fuori dagli scarichi è senz’altro allegria.
Non può essere olio.
Ma poi ti guardo nel tappo e capisco che hai sete.
Ho sete anch’io e siamo in un bar.
Io dentro che bevo e tu fuori che stai lì.
C’è una ragazza bionda che mi parla.
Io intanto bevo.

E lei dice che mi conosce.
E io penso che ho sete.
E lei dice cosa fai dopo.
E tu stai lì.
E forse fa freddo.
E più tardi torneremo a casa assieme.
E guiderai tu.
Piano, pianino, con quel suonaccio irriverente che fai tu.
E la notte sarà più calda.
Abitata dagli scoppi che si perdono chissà dove
E dormiremo poi.
Nel mio letto io.